L’automobile di mio papà, quando l’automobile di mio papà era LA Citroën XM, era quasi tutto di mio papà: il suo spirito da pirata, la sua fissa per l’ordine, l’attitudine a prendere e andare, uno spoiler. “Ah, come poteva tuo papà avere uno spoiler, sentiamo”. Sapete che i sapientini sui pullman le buscano sempre?
Comunque, la Citroën XM di papà aveva uno spoiler stupendo.
Sapete cos’altro aveva, quella macchina?
Abbiamo il capoccione, suppongo, quello che ha alzato la mano laggiù. Prego.
“Le sospensioni idropneumatiche attive!”
Bravo! Proprio quelle!
Ora, vi sembrerà poco, ma vi assicuro che poco non è.
Quando si avviava il motore, la macchina si alzava. Prima stava col culone basso, soleva dormire così. Sonni di scocche senza scricchiolii, impianti elettrici a sognare di pecore radioattive, valvole di iniezione asciutte eppure fluide, scarico che non russa, dolcissimi occhi di fanali sempre aperti; un gioiello nella più placida pace onirica di strade appena asfaltate, curve secche, cambi repentini e tutto attorno platani a contare chilometri, con una bambina che dorme sul divanetto, attenzione a non svegliarla, non mi ha svegliata mai.
Poi la mano di papà girava la chiave nel blocchetto e lo splendore si riaveva: la sentivi alzarsi. Si stiracchiava nel fresco buio del garage, pronta per la spesa o per i Pirenei.
Io la ascoltavo sollevarsi, incantata: mi parlava una lingua di umano ingegno, una lingua potente di aerodinamiche coraggiose.
Fu il mio primo sterzo, mani piene di sole ad afferrare.
Quella macchina era parte della mia famiglia, l’ombra veloce di papà.
Sedici anni di onorato servizio.
La sera prima che la accompagnassimo al suo ultimo miglio, la sera prima che la volgarità dello sfasciacarrozze la distruggesse, scesi in punta di piedi le due rampe di scale che separavano camera mia da camera sua.
Accesi la luce, stetti un attimo a guardarla e poi la accarezzai, con gli occhi increduli e pieni di lacrime: aperta che fu la portiera, misi i piedi piccoli sul predellino e mi allungai verso l’antenna, svitandola. La luce temporizzata del garage si spense e con l’antenna in mano corsi a riaccenderla (piedi nudi su macchie di olio qua e là).
Seduta sul sedile del guidatore, con la sua antenna in mano, le dissi addio accendendo il motore.
Lei, ancora, si alzò: per la prima volta soltanto per me