Nel 1998 avevo 12 anni ed ero felice.
Avevo poche certezze: non mi piacevano le zucchine molline, le cipolle nel risotto, avevo gli amici più incredibili del mondo, una famiglia che mi amava e una fede. L’Inter.
Quando, più avanti, chiamavo i call center e all’altro capo qualcuno mi chiedeva di avere “un attimino di pazienza”, io rispondevo ridendo “signora, sono interista, sa quanta pazienza”. Dicevo anche che tifare la mia squadra, per una nata quando sono nata io, era come credere in Dio: tutti ne parlano, qualcuno lo ha pure visto, ma per me era solo uno slancio di fede, purissima. Lo stadio, in fondo, cosa volete che sia se non una messa cantata? Così, dopo altri anni, ho fatto salire al cielo anche i miei Kyrie Amala.
Il 1998, comunque, fui battezzata nella Chiesa di Padre Ronaldo (l’unico, e ci dispiace per gli altri).
Quello fu l’anno della Coppa UEFA, l’anno di Moriero e di Youri Djorkaeff, l’anno di Simeone, di Bam Bam Zamorano. L’anno mio e di tutti noi. Altri anni sarebbero poi venuti, anche più colmi di gioia, lo sapete, ma mai nessuno come quello, non per me. Era l’anno del fallo di Iuliano su Ronaldo, dopotutto.
La fotografia che vedete qua nasce dall’indiscrezione sulla (probabile?) nuova terza maglia dell’Inter.
La stessa maglia del 1998.
Ho pianto un monte, guardandola: gli occhi erano i miei, le lacrime, però, erano quelle di una ragazzina di 12 anni; tempo e spazio si sono piegati, facendoci combaciare su una maglia a righe.
Le righe sono neroblù, e neroblù sarò anch’io, per sempre.
Amen.